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ILLUMINISMO FRANCESCANO: LA MODERNITÁ DEL BEATO LUCCI

Il 18 giugno di ogni anno solennemente viene celebrata a Bovino la festa del beato Antonio Lucci, vescovo della città dal 1728 al 1752. La data della sua morte fu in realtà il 25 luglio, ma per evitare sovrapposizioni celebrative con la festa di S. Anna i canonici bovinesi e i parroci della vicaria hanno chiesto il permesso di spostare la celebrazione nella data in cui il Lucci venne proclamato beato dal Papa Giovanni Paolo II, appunto il 18 giugno 1989. Si tratta di una occasione particolarmente favorevole per recuperare la memoria di questo grande vescovo, che tanta parte ebbe nella storia della città e della diocesi di Bovino, e considerarne nuovamente la straordinaria modernità.

Il beato Lucci si trovò infatti a reggere la sede episcopale in un periodo in cui la storia d’Europa era dominata dai venti di trasformazione e rinnovamento dell’Illuminismo francese, che trovava nei territori del Regno di Napoli un ambiente fecondo e assai dinamico. Erano i tempi della riscossa dei “lumi” della ragione contro eccessi di fideismo e autoritarismo dei regni e della stessa Chiesa, che da due secoli era impegnata a combattere le conseguenze della Riforma protestante, attraversando gli splendori e i gravami dell’epoca barocca. “Barocco” non era in realtà un termine di onore, ma una specie di cifra critica che indicava appunto il “grottesco” e l’ “eccessivo”: da cui l’esigenza di rischiarare la società e la Chiesa con una nuova razionalità semplice e gioiosa. E nonostante i nuovi filosofi inglesi e francesi insistessero nella critica al cristianesimo e agli apparati ecclesiastici, non furono pochi i chierici e i teologi che accettarono la sfida dei tempi nuovi, e cercarono di predicare una fede che, senza rinunciare alle proprie radici tradizionali, sapesse parlare un linguaggio genuino e credibile, unendo alla fede stessa le capacità della ragione umana. Antonio Lucci fu un esempio di questi, insieme ad altri santi uniti nell’amicizia e nella contiguità di vita e di azione, come S. Alfonso Maria de’ Liguori a Napoli e S. Antonio Francesco Fasani, il “padre maestro” di Lucera.

Inseriti nel contesto vivace e dinamico del Regno di Carlo III, ben rappresentato a Bovino dal duca Inigo di Guevara, il Lucci, come il Liguori e il Fasani, costituisce un modello di santità sorprendente e multiforme. Lo spirito francescano riporta alle fonti genuine del Vangelo e della stessa fede cristiana, e ispira un’azione di carità coraggiosa e inesauribile, a favore dei bisognosi e della cittadinanza intera, anche a costo di entrare in conflitto con i potenti. A questa generosità si accompagna il primato della cultura e della ragione applicata alla fede (di cui S. Alfonso fu il principale rappresentante, rifondando la teologia morale). Lo stesso Lucci fu teologo eminente, e si prese cura della formazione intellettuale dei sacerdoti aprendo il Seminario e organizzando gli studi, a cui egli portò grandi contributi di sapienza e spirito critico. Più di ogni altro vescovo bovinese, seppe dare lustro alle radici cristiane e alla tradizione, ritrovando e onorando le spoglie di S. Marco d’Eca e risistemando la cattedrale e il cappellone adiacente, come ancora oggi possiamo ammirare. Cultura, carità e tradizione si riflettevano nella sua personale santità e devozione, che seppe trasmettere al clero e al popolo come esigenza di elevata moralità e intensa spiritualità, che dettero alla fede dei bovinesi, e dei paesi della sua diocesi, una caratteristica di grande fervore e partecipazione di cui ancora si notano le tracce, pur nella generale secolarizzazione del mondo di oggi.

Molti tratti di questa grande figura, che ebbe anche diversi degni successori come il servo di Dio mons. Molinari e mons. Cantoli (anch’essi francescani) e altri, non può non richiamarci lo sforzo dell’attuale papa Benedetto XVI, teologo e professore, che continuamente ricorda al nostro mondo “sazio e disperato” le capacità della fede di illuminare la ragione, invoca la riscoperta delle radici cristiane dell’Europa, e con la sua prima enciclica ha voluto sottolineare con forza che Dio è amore, e la via cristiana alla felicità passa per la gioia della carità vissuta, nella semplicità di chi, come il beato Lucci, sa vedere Dio negli uomini, con cui condividere dolori e speranze.

 Don Stefano Caprio

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